L’evoluzione delle lenti a contatto: “biocompatibilità” e “biomimetismo”
L’evoluzione delle lenti a contatto: parola d’ordine “biocompatibilità”
Formato dalla parola greca “bios”, che significa “essere vivente” e dalle parole latine “cum patior”, traducibile con “essere in sintonia”, il termine “biocompatibilità” indica l’armonia di qualcosa con la vita. Molto usato oggi nel linguaggio architettonico, spesso accompagnato dal concetto di “ecosostenibilità”, in realtà nasce in ambito medico per indicare la particolare proprietà di sostanze, organi o materiali di essere ben tollerati da un organismo vivente, e comprende l’idea dell’accettazione di un impianto artificiale da parte dei tessuti circostanti e da parte del corpo come un tutt’uno.
Proprio la biocompatibilità è diventata negli ultimi anni la parola d’ordine delle lenti a contatto di nuova generazione che puntano a ridurre al minimo la propria incompatibilità con la superficie oculare, che le percepisce come protesi esterne a tutti gli effetti. Due sono i filoni più seguiti dai ricercatori che perseguono la “lente perfetta”: il primo ha portato alla nascita delle lenti in silicone-hydrogel, il secondo alle lenti alla fosforilcolina.
Con il silicone delle meraviglie si dormono sonni tranquilli
Il primo filone di ricerca sulle lenti a contatto ha come obiettivo quello di lavorare sulle caratteristiche fisiche delle lenti quali permeabilità ai gas, bilanciamento idrico, bagnabilità, e su quelle morfologiche come spessore, bordi, diametro. Le lenti in silicone-hydrogel, infatti, sono state ideate per poter essere utilizzate in modo continuo per il maggior tempo possibile, quindi anche durante il sonno notturno. I primi studi in materia iniziano negli anni ’70 grazie al lavoro di De Carle che punta ad aumentare il contenuto d’acqua delle lenti diminuendone lo spessore. Già nel 1985, negli Stati Uniti gli utilizzatori di questo tipo di lente a contatto sono ben 4 milioni su un totale di 15 milioni. Non mancano però le complicanze dovute all’uso troppo prolungato. Per arrivare all’effettiva possibilità di un loro uso effettivo per 30 giorni consecutivi bisogna aspettare il 1999, quando l’azienda Baush&Lomb commercializza le prime lenti lacrimali al silicone-hydrogel “PureVision”, seguite due anni dopo dalle “Night&Day” della CIBA VISION.
Pur avendo raggiunto un livello quasi ottimale, le lenti a contatto al silicone-hydrogel sono comunque sconsigliate ad alcune tipologie di persone: chi soffre di qualsiasi tipo di anemia, i fumatori accaniti di tabacco, i soggetti alla sindrome dell’occhio secco, chi si è sottoposto a chirurgia corneale refrattiva, in particolare con tecnologia LASIK.
La lente che si mimetizza
Il secondo filone di studi, oltre a ricercare le migliori caratteristiche fisiche e morfologiche della lente, si pone l’obiettivo di renderla più simile alle strutture con cui deve interagire, ovvero l’occhio. Questo approccio è definito “biomimetismo” e in pratica si basa sull’applicazione dei disegni, dei processi e delle leggi della natura nella realizzazione di sistemi per l’uomo.
Frutto di queste ricerche è l’innovativa lente a contatto alla fosforilcolina, che “mima” appunto la membrana cellulare. Un’importante proprietà della fosforilcolina, infatti, è la sua spiccata attitudine a legare l’acqua con legami forti, in modo che il polimero diventa più resistente alla disidratazione e l’acqua meno sensibile alle variazioni di temperatura, garantendo così un’elevata trasmissibilità di ossigeno.
Questo tipo di lenti sono particolarmente indicate per chi manifesta una ridotta tolleranza all’uso delle lenti durante il giorno, per chi soffre della sindrome dell’occhio secco, per chi lavora in ambienti climatizzati, per i portatori di lenti con tendenza alla formazione di depositi su di esse.
Facciamo una terza prova ancora
Bastano poche informazioni
perscoprire quanto
sei lontano dal tuo
peso forma!
Accedi al servizio

